Mettere un film e restare a guardarlo tutti insieme, dall’inizio alla fine, è diventata un’impresa. Appena lo propongo, la risposta è uno sbuffo collettivo. Quando poi chiedo cosa vogliano vedere, la scelta cade quasi sempre su una serie infinita di ‘short’ su YouTube: pochi secondi di qualcuno che gioca a Roblox, brevi sketch, stimoli rapidissimi che si consumano uno dopo l’altro.
Mi sono reso conto che questa distanza è iniziata tempo fa. Già quando i miei cinque figli erano più piccoli, i classici dell’animazione con cui siamo cresciuti noi venivano scartati. Senza la grafica 3D di ultima generazione e quel ritmo frenetico che non lascia pause, per loro era semplicemente noia. Quella che per me era poesia, per loro era solo lentezza.
Oggi siamo arrivati ai video da quindici secondi. Li osservo sul divano e vedo questa fretta digitale, questo bisogno continuo di cambiare scena, di avere tutto e subito. Mi chiedo come stia cambiando il loro modo di stare nelle cose. La vita reale non ha un montaggio frenetico e i problemi non si risolvono con uno ‘swipe’ verso l’alto. Vedere quella capacità di aspettare che una storia finisca, che si perde un pezzetto alla volta, mi lascia addosso una strana sensazione.
Generazione 15 secondi: la fine del grande schermo

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